9 mag
2012

Dei patrizi e dei plebei

Quando decisi di aprire il blog stabilii di non voler parlare di politica o di cose ad essa attinenti. Spero di riuscirci ancora a lungo e non vogliate quindi leggere quanto segue come una riflessione politica vera e propria ma, più che altro, sociologica.

Ho sempre vissuto nella considerazione che il mio benessere economico fosse simile a quello degli altri: fin da piccolo ho avuto amici con il computer a casa, l’automobile grande del papà, quella più piccolina della mamma, un bel salotto, alcuni la casa al mare, altri la villetta in montagna, lo sport del primo pomeriggio, la maglietta firmata per il compleanno, i vestiti per la scuola e quelli più buoni per le uscite con gli amici, il cinema e le fidanzatine. Sono sempre stato circondato da persone appartenenti a questo ceto sociale, chiamiamola pure una borghesia media, un mondo dorato che dagli anni ottanta-novanta sembrava dovesse durare ancora a lungo. Crescendo però le cose sono cambiate.

Già alle scuole superiori, ricordo bene, qualcosa non mi tornava. Avevo come la sensazione di trovarmi fuori posto. Non vi parlo della tipica insoddisfazione adolescenziale. Era come il gioco del “trova le differenze”. Mi ritrovai vicino a persone, ragazzi, ragazze ed insegnanti che non erano benestanti come potevo esserlo io o come lo avevo sempre inteso ma che, piuttosto, si crogiolavano nel lusso. Vi parlo degli anni tra il ’93 ed il ’98 circa ed uso il termine “crogiolarsi” perché non saprei come definire quell’esternazione evidente del loro status mentale: la calma e la placida rilassatezza di chi sa che è già tutto pronto; l’inesprimibile leggerezza dell’essere certi che il “sapere” del padre/madre sarebbe stato trasmesso al figlio/a con relativa ricchezza; la pacifica attesa, tra piaceri vari, del loro posto nella società al termine della laurea. Nonostante questo fosse abbastanza evidente, insegnanti ed educatori ci insegnavano che studiando tanto, lavorando sodo, con impegno e merito avrei avuto accesso proprio agli strati più alti e benestanti della società che potevo vedere accanto a me. Avrei fatto l’avvocato, il medico, il professionista o qualcosa di simile che mi avrebbe permesso di migliorare la mia posizione sociale. Un mondo di favole e di promesse false che presto si sarebbe scontrato con la dura realtà, peraltro anticipata dagli sguardi a volte compassionevoli dei loro genitori. Era quella la sensazione peggiore: l’essere guardato con simpatica diversità, in grado di intrattenere il figlio patrizio per le ore necessarie e poi ognuno a casa propria.

Scoprii ben presto che no, io non potevo partecipare a determinate feste in discoteca. Che io no, non potevo entrare in certi ambienti perché non avevo quel cognome, che né io né alcuni amici miei potevamo partire per una settimana a Panarea. Che no, non potevo corteggiare una ragazza che mi piaceva da morire visto che non avevo abbastanza soldi per andare a mangiare pesce una sera si e l’altra forse. Eppure la mia famiglia mi aveva sempre vestito adeguatamente, fatto andare in palestra, dato la paghetta e portato al mare. Ci doveva essere qualcosa di molto sbagliato.

Semplicemente io non ero abbastanza. Non ero abbastanza ricco, non ero figlio di X, non conoscevo Y. E così, terminate le scuole, fatta l’università (o quella che sono riuscito a fare durante le ore notturne, al termine di una giornata di lavoro), capii che non avrei fatto mai strada in questo mondo. Io, plebeo, non potevo entrare nel mondo dei patrizi perché non mi volevano: se ci fossi riuscito sarei sempre stato un parvenu, l’esemplare di una stirpe che affondava le sue radici nei bassifondi. Forse i miei figli avrebbero avuto più fortuna essendo una generazione più avanti rispetto a me. Probabilmente i miei nipoti avrebbero goduto delle mie fatiche a pieno, sperando che la memoria storica delle famiglie-bene non andasse così indietro nel tempo.

E così oggi, a quasi vent’anni di distanza,  mi ritrovo ad essere un misero lavoratore autonomo dotato di partita iva. Sono uno dei tanti che ha dovuto iniziare a lavorare presto e che, alla soglia dei 33 anni, non ha mai visto Panarea. Mi guardo attorno e mi ritrovo circondato da “plebei” come me che non arrivano a fine mese pur avendo studiato tanto e vissuto un’infanzia tranquilla come la mia. Il ceto medio dei miei genitori adesso in pensione, la media borghesia di quei tempi non esiste più, spazzata via, finanziaria dopo finanziaria, da persone ignoranti, politici miopi e rozzi arrivisti affamati di potere (lo so non devo parlare di politica).

Abbiamo in media 2 finanziamenti addosso, qualche investimento andato male e parecchia sfortuna che molti casi è proprio letale. Parliamo, noi plebei, dei nostri debiti e ci scambiamo opinioni su come uscirne. Tanti non  reggono e si uccidono. In pochi ce la fanno. Tutti gli altri rateizzano il più possibile, sperando di avere più fortuna domani. Noi figli di impiegati, insegnanti e commercianti degli anni ’90, abbiamo annusato l’odore del benessere, ce ne hanno fatto innamorare e poi ci hanno gettato via. Emigrati dalle nostre città, immigrati nei call center, sparsi per il mondo con la fissazione di non tornare mai più a casa (e puntualmente ci torniamo sempre).

Noi siamo quelli bravi a far di conto: lavorando 18 ore al giorno, con una media 6 euro l’ora per 6 o 7 anni forse riesco ad estinguere il mio debito. E per cosa poi? Per ripartire da 0, per ricominciare dal via sperando di non passare dalla prigione. A 40 anni forse ripartirò, ricomincerò, avrò esattamente cosa non lo so ma forse mi sarò liberato dei debiti. E tutti quelli che mi sono passati davanti in questi anni di schiavitù del debito? Saranno ancora più in alto, ancora più patrizi. Sempre se la tua salute tiene ed i tuoi genitori sono ancora là, vivi e vegeti, pronti a pagarti l’assicurazione della macchina o il bollo. Sempre se la tua ragazza accetta di convivere piuttosto che spendere soldi per fare un matrimonio.

Cosa abbiamo fatto di male io non lo so e non lo capirò mai. Perché devo vivere una vita fatta di difficoltà incredibili, in perenne lotta con le 20 euro nel portafoglio, cercando di ripagare (come è giusto che sia) i miei debiti ma rimanendo schiavo di un lavoro precario che non migliora mai. Ho cercato di investire nel mio futuro, ho rischiato nella mia attività per cercare di crescere ma sono finiti i soldi. Per tutti i comuni mortali almeno. Quelli che prima li avevano adesso ne hanno ancora di più, girandoseli tra loro.  All’interno di una società divorata da banche e da stati vampiri e leviatani, che affossano l’iniziativa e la creatività a favore del conservatorismo e delle corporazioni. Mi guardo indietro e la linea che separa i patrizi dai plebei è ancora più netta. Prima, forse, si poteva lottare per migliorare oggi, invece, ci stanno togliendo anche la possibilità di lottare per rinchiuderci ancora di più nel ghetto.

Senza prospettive per me, che prospettive posso dare ai miei figli? Perché ci sono persone che rubando, evadendo, sporcandosi le mani e sputando in faccia a chi vale di più guadagnano in un solo mese quello che io dovrò cercare di ripagare nei prossimi 6 anni. Perché queste persone ci governano, ci guidano e dicono cosa dobbiamo fare, tirando le fila della mia esistenza. Mi basterebbe una loro mensilità per uscire dalla mia schiavitù ed essere felice, un solo mese contro 6 anni di vita. Chi mi ridarà indietro questo tempo? E tutto questo solo perché non ho rubato anche io.

Notizia di oggi: http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_maggio_9/neurologo-zeviani-bocciato-atenei-italini-va-cambridge-scienziato-milano-201102171693.shtml

5 mag
2012

La direzione

C’è una vecchia chiesa vicino a dove lavoro. E’ una vecchia chiesa che ho sempre visto, prima  da bambino e poi da adolescente. Dentro questa chiesa, superato il cancello in ferro battuto grigio, c’è un grande crocefisso, proprio all’entrata, sulla destra. E’ un crocefisso enorme con un grande Gesù sofferente inchiodato là. Ha le ginocchia sbucciate, le labbra torte in una smorfia di dolore orrendo, le mani come artigli adunchi e la corona di spine che distilla sangue lungo le sue guance infossate. Ai piedi di questo crocefisso c’è un inginocchiatoio con una miriade di candele elettriche, di quelle che accendi dopo avere infilato dentro la fessura un obolo.

Dal momento che dove lavoro è vicino a dove ho studiato, ricordo perfettamente che solo una volta, nella mia vita, ebbi il coraggio di entrare ed osservare il dolore di un uomo inchiodato ad una croce. Andavo alle superiori e dovevo, con molta probabilità, sostenere un’interrogazione oppure un compito in classe. Chissà che disperazione e che terrore dovevo avere per osare tanto. Si, ho paura delle immagini sacre, soprattutto di quelle così cruente come il Gesù in croce, all’ingresso della Chiesa del Rosario.

Oggi mi sento come allora e domani vorrei tornarci ai piedi di quel crocefisso. Mi viene da ridere se penso alla spensieratezza di quei tempi e di quanto, allora, mi sembrava grande la mia paura per la difficoltà che avrei dovuto affrontare da lì a pochi minuti: paragonata ad oggi è come il battito d’ali di una farfalla in mezzo carri armati. Vorrei tornare ai piedi di quell’uomo in croce per chiedere scusa e per implorare di avere un cenno, un segnale, un piccola luce che mi indichi la via come un faro acceso durante una tempesta.

Mi manca tanto la direzione, più dei soldi, della famiglia, della fidanzata. Quello di cui sento davvero bisogno è una direzione, poi tutto verrà da sé. Ne sono certo. Forse è solo agorafobia: mi trovo in mezzo ad una vita così grande e così difficile da essere vissuta che mi sento perduto, sento come se un attacco di panico mi potesse assalire proprio perché non riesco ad orientarmi. Non so dove andare, ho paura di perdermi.

Ricordo le prime volte sott’acqua, in immersione. Si scende lungo la cima, ci si avventura verso l’ignoto o quasi, lasciandosi alle spalle l’unico contatto con il mondo “di sopra”, stringendo bene al polso una bussola. E poi, al rientro, che sollievo era trovare la cima del gommone e l’ancora, vederle là, apparire in mezzo al blu, risalendo da un blu ancora più profondo. Che conforto era sentire la cima scorrere tra le dita, certo che mi avrebbe riportato a casa, sicuro che era quella la direzione giusta e che, terminata la sosta di sicurezza a 3 metri, avrei rivisto la terra ferma.

Vorrei per un solo momento sentire questa sensazione anche durante la mie giornate, quando il lavoro langue ed i telefoni non squillano, quando la banca chiama e tu devi correre. Vorrei, anche solo per un minuto, sapere dove sto andando o che, comunque, è quella la strada da seguire. Davvero mi piacerebbe tanto sentirmi parte di un universo che si muove verso qualcosa piuttosto che invisibile, estraneo, apolide spettatore del corso della vita.

27 apr
2012

Blog

E’ davvero molto difficile spiegare cosa possa avermi spinto a creare un blog. Vorrei semplicemente sintetizzarlo così: ho bisogno di parlare, di dire quello che penso. Non riesco più a tacere, senza poter dire la mia. Probabilmente non importerà niente a nessuno ma, almeno, avrò parlato con me stesso.

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